Il Dio doppio
Un Dio doppio; che significa? Non duale, ma doppio, rappresentato dalla solita moneta con due facce. Come detto, su una faccia della moneta è Chi vediamo, l’Essere duale, diviso fra bene e male, bianco e nero, Sole e Demonio. Su questa faccia esistiamo anche noi, miliardi di piccoli tiranni totalmente assorbiti nel dramma cosmico della dualità e della follia che la caratterizza, a nostra volta duali e folli, verosimilmente fatti a immagine e somiglianza del creatore.
Tutto ciò che esiste e tutto ciò che non esiste trova stanza (e non-stanza) qui. Qualsiasi cosa alla quale possiamo pensare qui non dura fatica, in base al principio di contraddizione, a trovare una precisa sistemazione (persino l’anti-materia…eh!), così come ogni cosa siamo venuti sin qui descrivendo appartiene a questa faccia della moneta. Abbiamo chiamato tale faccia Prigione Cosmica o Macello Cosmico, il luogo dentro il quale sempre qualcosa mangia e sempre qualcosa è mangiato. Tonal!
Questo è Ihoah-Abraxas, in altre parole il grande Trogoautoegocrat, un’immensa creatura di Luce e di Buio in grado di descrivere nel medesimo tempo la santità più grande così come l’abiezione più profonda. Ecco, qualsiasi cosa esistente su tale faccia è sempre in fondo facilmente descrivibile eppure, in realtà, assolutamente incomprensibile.
Questo perché nella Creatura ogni cosa rappresenta sempre e solo una parte di ciò che è veramente, poiché la sua controparte è inesorabilmente separata da lei dal principio di contraddizione.
Proprio questo rende la Creatura (e noi stessi) niente più che un immenso e ontologicamente incomprensibile esperimento destinato alla Morte, governato esclusivamente da leggi meccaniche, tiranno di Se stesso e di qualsiasi cosa sia in Lui, determinato a mantenere nel sonno ogni vivente (giacché nel sonno è Lui stesso) tanto da sacrificare Suo Figlio per assicurarsi la fedeltà del gregge.
Ma cosa c’è sull’altra faccia della moneta? Impossibile descrivere l’indescrivibile. Quel che si può fare è prendere a prestito un po’ di terminologia orientale e dire, molto banalmente, che su questa faccia è l’UNO, ossia qualcosa che, una volta divenuti UNO noi stessi, non possiamo in alcun modo descrivere ma che siamo in grado di comprendere totalmente.
Ebbene, potremmo affermare che divenire UNO equivale ad unire in sé in termini d’ogni contraddizione risolvendola e a conquistare, così, la Libertà Totale.
Tuttavia e per rimanere sul tema della doppiezza di Dio e, di conseguenza, d’ogni Sua manifestazione, ricorderemo che, come la moneta che ruota velocemente a mezz’aria mostra contemporaneamente le sue due facce, così ogni cosa che accade o esiste in Ihoah-Abraxas può essere letta (ma soprattutto vissuta) in due modi contemporaneamente presenti e profondamente contrapposti.
Un esempio? Cristo.
Perché Cristo risulta incomprensibile? Perché è doppio. E’ come se in lui agissero contemporaneamente due istanze del tutto opposte: quella per la morte e quella per la vita. Egli è, al tempo, il buon pastore di un gregge destinato al sacrificio ed anche la via di fuga da questo destino di morte. E’ il grande ingannatore delle moltitudini ed il salvatore dei pochissimi che ne comprendono la natura guerriera. Ci sono due tipi di messaggi sia nei suoi atti, sia nelle parole. Uno è chiaro, letterale, semplice ed è per i molti. L’altro è nascosto, occulto ed è per pochi. Il dramma della passione esalta in tal modo il dolore che questo, per il cristiano, diviene addirittura veicolo di salvezza. Questo è inganno! Il discorso della montagna esalta gli umili ed i poveri di spirito. Questo è inganno! In questo senso il suo messaggio più è trasparente e più è mortale, poiché più spinge l’individuo all’autocommiserazione, più rende pesante il suo sonno. Tuttavia quello stesso messaggio nasconde un significato diverso e che dice della possibilità di fuggire a quello stesso destino di morte. Così passione, morte e resurrezione parlano, a chi ha orecchie per intendere, dell’uccisione dell’umanità che è in ognuno come l’unica via per l’immortalità. Mentre l’esaltazione degli umili e dei poveri di spirito allude alla perdita della presunzione come fondamentale requisito per la conquista della libertà
(Cyril Grey – Simon Iff, Le Avventure di Otario Sprants, stampato in proprio, 1992. Frammento adattato).
Questo perché Cristo è, nello stesso tempo, espressione del Dio folle così come dell’UNO. Nel primo caso persegue l’obiettivo di mantenere l’umanità nel sonno (e, per dirla tutta, ci riesce benissimo) rendendosi latore di un messaggio profondamente autocommiserante (sul punto il misunderstunding del dettato evangelico è formidabile giacché, secondo la tradizione martiriologica cristiana, la vera forza del cristiano starebbe propriamente nella capacità d’immolare se stesso nel nome di Cristo); nel secondo incarna la Divina Gazza venuta sulla terra per rubare le anime al Grande Tiranno (Le Avventure di Otario Sprants cit.). In tale veste Cristo, altresì, rappresenta l’archetipo del guerriero, ossia il divino Baphometto.
Come guerriero Egli c’indica molto chiaramente, attraverso la Sua passione, la Sua morte e la Sua resurrezione, il cammino da percorrere per giungere alla Libertà.
Un cammino che passa attraverso ciò che Gurdjieff ha chiamato “sofferenza volontaria”. Tuttavia, che significa soffrire volontariamente se non il superamento della sofferenza stessa?
Ecco il passaggio fondamentale. La scena dell’uomo seviziato e crocifisso mostra la sua doppiezza proprio qui, nel luogo in cui ognuno di noi è chiamato a valutare l’atrocità di una sofferenza così grande.
Talmente grande da lasciarci un’unica scelta; quella che ogni chiesa cristiana ha percorso durante questi ultimi duemila anni e che, almeno per i cattolici (ma non solo), è riassunta dal dogma della Salvazione, ossia da una spiegazione che, in realtà, non spiega alcunché.
Così l’attuale catechismo cattolico:
- 613 – La morte di Cristo è contemporaneamente il sacrificio pasquale che compie la redenzione definitiva degli uomini [Cf 1Cor 5,7; Gv 8,34-36] per mezzo dell'”Agnello che toglie il peccato del mondo” (Gv 1,29) [Cf 1Pt 1,19] e il sacrificio della Nuova Alleanza [Cf 1Cor 11,25 ] che di nuovo mette l’uomo in comunione con Dio [Cf Es 24,8] riconciliandolo con lui mediante il sangue “versato per molti in remissione dei peccati” (Mt 26,28) [Cf Lv 16,15-16].
- 614 – Questo sacrificio di Cristo è unico: compie e supera tutti i sacrifici [Cf Eb 10,10]. Esso è innanzitutto un dono dello stesso Dio Padre che consegna il Figlio suo per riconciliare noi con lui [Cf 1Gv 4,10]. Nel medesimo tempo è offerta del Figlio di Dio fatto uomo che, liberamente e per amore, [Cf Gv 15,13] offre la propria vita [Cf Gv 10,17-18] al Padre suo nello Spirito Santo [Cf Eb 9,14] per riparare la nostra disobbedienza.
- 615 – “Come per la disobbedienza di uno solo tutti sono stati costituiti peccatori, così anche per l’obbedienza di uno solo tutti saranno costituiti giusti” (Rm 5,19). Con la sua obbedienza fino alla morte, Gesù ha compiuto la sostituzione del Servo sofferente che offre “se stesso in espiazione “, mentre porta “il peccato di molti”, e li giustifica addossandosi “la loro iniquità” [Cf Is 53,10-12]. Gesù ha riparato per i nostri errori e dato soddisfazione al Padre per i nostri peccati [Cf Concilio di Trento: Denz. -Schönm., 1529].
Notate quanto dotto e puntuale è il frammento, assolutamente conseguente e aderente rispetto ai vangeli, perlomeno alle versioni “accettate”. Tuttavia, non spiega un piffero.
Certo, si tratta di un catechismo e nessuno si aspetta che il principale veicolo del dogma spieghi qualcosa. Neppure io, v’assicuro.
Il fatto è che mi sono permesso di riportarne giusto un frammento, per dimostrare in modo concreto e diretto come il cristiano reagisce alla crocifissione.
Di fronte ad una cosa tanto enorme egli si comporta come le tre celebri scimmie coprendosi occhi, bocca e orecchie; in altre parole il cristiano rinuncia a qualsiasi atteggiamento critico e accetta senza problemi una spiegazione che, in realtà, non spiega assolutamente nulla. Eppure, basta ragionare un po’ sull’espressione ”Agnello che toglie il peccato dal mondo” per capire quanto tutto questo è artificioso. In proposito, credo che ognuno sia cosciente del fatto che il peccato, negli ultimi duemila anni, “l’ha fatta da padrone” in questo nostro, devastato mondo.
Ne consegue che è assurdo pensare che la chiesa intenda attribuire al sacrificio dell’Agnello l’effetto di togliere materialmente il peccato dal mondo. E’ evidente che il senso dato alle parole del Battista dalla gerarchia ecclesiastica non può essere tanto ingenuo.
Il fatto è che si fatica a trovarne un altro, anche perché se l’intendessimo nel senso del “perdono dei peccati” (presupposte l’onniscienza e l’onnipotenza di Dio) torneremmo nella logica della “necessità” del peccato; cosa che, almeno dal punto di vista della chiesa, mi pare inaccettabile.
In effetti e a ben guardare, ciò che rimane non va oltre la ripetizione letterale di quanto tramandato dalle Scritture.
Ogni sforzo per comprendere i Vangeli in termini psicologici è semplicemente bandito. Eppure, non è difficile vedere l’Agnello come mezzo che interviene per sancire un evento preciso.
In sostanza e premendo anche solo un poco sul “pedale del gas”, gli estensori del catechismo si sarebbero potuti trovare nelle condizioni di scorgere come tal evento sia, in realtà, costituito dal raggiungimento, da parte dell’umanità nel suo complesso, di una certa soglia di consapevolezza collettiva; evento da millenni atteso da Ihoah-Abraxas e celebrato con l’olocausto del Figlio. Da quel momento, presumibilmente coincidente con un’evoluzione particolare del Sistema Mente (magari quadrante, a sua volta, con il risolutivo oblio della vera natura del frutto proibito, il fungo), la rigidità mostrata dal vecchio testamento in tema di peccato scompare come per magia e il vendicativo “Dio d’Abramo” si trasforma in un Dio di puro amore. Tanto che, da quell’istante, ogni peccato commesso potrà essere rimesso attraverso il sacramento della confessione.
Ciò che si è portati immediatamente a pensare è che, oltre la predetta soglia di consapevolezza collettiva, l’antica impostazione del do ut des testamentario, sancita dal patto fra Dio e il Suo popolo, è superata e va, quindi, cambiata (Genesi 17, 2.7; Esodo 19, 5; Deuteronomio 5, 2; Geremia 31, 31.33).
In sostanza, sembra che davanti ad Ihoah-Abraxas non stia più un “uomo-bambino” che Egli può domare con la semplice promessa di beni terreni, bensì un “uomo-adolescente”, problematico ed ipercritico, conquistabile solo spostando il fuoco della tensione vitale sul problema morale.
In altre parole, il livello di consapevolezza raggiunto dall’uomo minaccia, senza opportune contromisure, di portare l’uomo stesso al risveglio. Ciò e con evidenza è inammissibile e, quindi, richiede al Tiranno di giocare il suo asso di briscola: il sacrificio del Figlio.
Ihoah-Abraxas sa bene che un atto tanto tremendo e drammatico diventerà il testimone perenne del Suo amore verso l’umanità. Chi potrebbe dubitare del fatto che Dio ama immensamente l’uomo, se è giunto a sacrificare la Sua cosa più preziosa pur di salvarlo dal peccato?
Questo chiude la partita giacché, sotto il profilo psicologico, la crocifissione arpiona il centro emozionale della Totalità ad un livello talmente profondo da azzerare di colpo qualsiasi speculazione intellettuale…costringendo, nello stesso tempo, gli estensori del catechismo a diventare dei formidabili arrampicatori di specchi.
L’uomo diventa una creatura moralmente inferiore e, per questo, perennemente in debito con il suo Creatore, mentre il mondo si trasforma nella “valle di lacrime” dove scatenare le più fantastiche orge d’autocommiserazione. La seconda possibilità, tuttavia, rimane lì. A nostra disposizione.
E’ la scelta “guerriera” ed è disegnata sull’altra faccia della “moneta Cristo”. La faccia su cui è lo spietato Occhio del Maestro, l’iride fredda come il ghiaccio e capace di vedere ogni cosa.
Occupiamoci, dunque, della vera fonte della Libertà: Baphometto.
Baphometto
Baphometto è l’archetipo della Libertà Totale e appare ai guerrieri, quando questi sono in stato di “sogno”, in forma di Testa; grande, barbuta e incoronata.
Per quel che ne so, e non ne so granché, l’unica ipotesi “buona” sul significato esoterico della parola Baphomet è quella di Gérard de Sède -L. Charpentier, I Misteri dei Templari, ATANOR, 1992- che vuole il lemma derivare da “Bapheus meté”, tradotto nel senso di “tintore della luna”. Tale senso, inequivocabilmente alchemico, rende la forma latina “in figuram baffometi”, forma che ci deriva dalla testimonianza del Fratello Templare Gaucerant, sergente a Mont Pezat, come “al modo dei tintori della luna”, ossia al modo di coloro che conoscono il segreto per realizzare la Grande Opera. In questo senso, Baphomet è colui che fornisce la soluzione per tale compimento. Niente di più vero, se si pensa che compiere la Grande Opera significa, in concreto, realizzare la Libertà Totale. Va da sé che l’iconografia medievale (in particolare e per quel che riguarda Baphomet, attraverso i bassorilievi di Saint Méry, Saint Croix a Provins, Saint Bris le Vineaux e Castel del Monte in Italia) appare informata/deformata in modo tanto assoluto quanto evidente al/dal pregiudizio “diabolocentrico” di matrice cattolica. Deformazione che testimonia in modo evidente dell’incapacità dei Cavalieri del Tempio di superare tale pregiudizio e che, di conseguenza, dà conto dell’orrenda fine riservata loro dalla storia.
Come abbiamo già in parte visto, l’origine di Baphometto è gnostica. Vi è, però, da ricordare che un aggancio convincente si trova nell’‘etz haiim (letteralmente: crescita delle due vite), ossia l’Albero della Vita cabalistico. In particolare, in Kether (Corona), la prima Sephirah.
Quelli che seguono sono alcuni degli appellativi dati dai Rabbini a Kether: Vasto Volto, Testa Che Non E’, Testa Bianca, Esistenza delle Esistenze, Occulto dell’Occulto, Antico dei Giorni, il Sommo.
L’immagine magica è rappresentata da un antico re barbuto visto di profilo.
Ebbene, Baphometto è la fonte d’ogni pensiero di libertà, ossia Colui grazie al quale alcuni di noi possono trovare la forza e la determinazione di lottare per il risveglio.
E’ colui che ha ispirato personaggi quali Bernardo da Chiaravalle, Ugo de Payns, Giacomo de Molay e i vertici templari, Gurdjieff, Jung, Hubbard, Castaneda, il Quarto, gli sceneggiatori di Matrix e persino, sebbene in modo sostanzialmente deviato, movimenti di massa quali il marxismo e la “beat generation”.
Si tratta di un archetipo di dimensioni cosmiche che, ogni mille anni dalla comparsa di Cristo, è riaffiorato in modo potente per rubare le anime al Tiranno.
Nella notte dei tempi, fu la Testa a suggerire ad Ihoah-Abraxas l’opportunità di far mangiare il frutto proibito ad alcune scimmie umanoidi ed oggi, alla fine dei tempi, è sempre la Testa a suggerire a quelle stesse scimmie il modo per fuggire dalla Prigione Cosmica.
Baphometto è il motore di un disegno esistente sin da quando la Creatura è comparsa. Un piano semplice ma che ha richiesto innumerevoli eoni per giungere a compimento: permettere allo Spirito imprigionato nella Materia di tornare all’UNO.
Baphometto va sperimentato giacché Egli esiste in un luogo preciso, sull’altra faccia della moneta.
Ogni guerriero ha il diritto d’incontrarlo. Tuttavia, questo può avvenire solamente a determinate condizioni.
In effetti, una cosa è cercare l’incontro mentre ottenerlo è, per citare il venerato Mullah Nassr Eddin, “un altro paio di maniche”.
Anzitutto, Baphometto va cercato in “sogno”. Questo vale per ogni guerriero, anche per coloro che con il “sognare” non hanno familiarità.
Ciò che serve è il desiderio dell’incontro. Quando un tale desiderio è presente, alla fine, ci si ritrova, lucidi e consapevoli di sognare, nella Città-Labirinto.
La Città rappresenta la mente del “sognatore” e, come tale, il Labirinto dentro il quale tutti noi vaghiamo, perduti. Vi sono “sognatori” che passano anni dentro la Città-Labirinto nell’attesa di qualcosa che li sorprenda (o li catturi). In effetti, le opzioni presenti nella Città sono numerose.
Qui, tuttavia, parlerò solo dell’unica che ritengo valida: l’incontro con la Testa.
Quando siete nella Città, cercate una chiesa. Non preoccupatevi che di trovarne una giacché la prima che troverete sarà quella giusta.
Entrate. Dovreste vedere dei monaci preposti al servizio ed i frati, a loro volta, dovrebbero mostrarsi contenti di vedervi.
Una volta entrati, cercate gigli, posti in vasi diversi; il primo completamente bianco, il secondo candido e screziato d’oro. Sono i simboli di ciò che dovrete diventare, due tappe fondamentali nel cammino del guerriero che prima diventa perfetto e potente come il primo giglio, poi opera la trasmutazione alchemica che crea l’oro filosofico (il secondo giglio).
A questo punto, scegliete prima il giglio candido, poi quello dorato. E’ possibile che vediate il monaco compiaciuto da tale scelta.
In ogni caso, questo è il momento per cercare la Cripta. Cercatela dietro l’altare maggiore e, una volta trovata e se vi regge il cuore, entrate.
Ciò che troverete al suo interno sarà solo per voi e sarà per sempre.
(Continua …)
Honros
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